Produzione di vaccini in Italia: dove e come? Le ipotesi allo studio di Governo e industria

Produzione vaccini Covid in ItaliaIl Governo studia piani per produrre i vaccini anti-Covid anche in Italia. Giovedì ci sarà l’incontro tra Giorgetti e Farmindustria per valutare possibili siti e vari schemi di gioco: si va dall’infialamento alla produzione vera e propria tramite la riconversione di impianti esistenti, anche grazie a fondi statali.

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Come già evidenziato dal Piano UE HERA Incubator, oltre al contrasto alle varianti del Covid, in questo momento la partita principale sui vaccini si gioca sull’aumento della loro produzione in Europa, anche tramite partnership tra le case farmaceutiche che detengono i brevetti e quelle che possono produrre nei propri siti. Casi simili stanno già avvenendo. Ad esempio Sanofi, che ha dovuto ritardare sul proprio vaccino, ha stretto un accordo con Johnson & Johnson per produrre il loro anche in Francia.

La partita - che si sta quindi giocando su partnership produttive tra differenti player farmaceutici - è di quelle destinate a fare la differenza per uscire dall'incubo Covid, tanto che anche l’Italia intende fare la sua parte. Ma le incognite non mancano. 

I riflettori in tal senso sono fissati per giovedì 25 febbraio quando il neo ministro allo sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, incontrerà il numero uno di Farmaindustria, Massimo Scaccabarozzi, per capire se, dove e come l’Italia può produrre i vaccini.

Sul tavolo ci sono soprattutto due ipotesi: la prima (la più complessa) è la produzione del vaccino vero e proprio, su cui però l’Italia ha alcune carenze strutturali legate agli impianti. La seconda è, invece, l’infialiamento che risulta più fattibile, dato che molte aziende sono già operative in tal senso.

Su tutto pesa anche la questione tempo, sotto due punti di vista: da un lato parliamo dei mesi che servono per avere le prime fiale prodotte nel nostro Paese (soprattutto nel caso della produzione del vaccino vero e proprio). Dall’altro la criticità è rappresentata dalle tempistiche che si accavallano con la produzione annuale di altri vaccini (come quelli antinfluenzali) che potrebbero quindi subire una battuta d’arresto nel caso parte di quegli impianti fossero adibiti ai vaccini per il Covid.

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Produrre un vaccino, del resto, non è semplice. “Un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi", spiega infatti Scaccabarozzi.

E il punto critico per la prima opzione - quella di produrre il vaccino vero e proprio in Italia - è proprio il bioreattore. “In Italia non ci sono gli impianti", ha infatti spiegato Rino Rappuoli, Coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences e direttore scientifico di Gsk.“Solo Gsk li ha”, ha aggiunto Rappuoli, “ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera ce l'ha ma non credo per fare milioni di dosi”.

Altro elemento non irrilevante è, come detto, quello di un blocco della produzione di altri vaccini che sono comunque necessari. "Se si pensasse per esempio di adattare i bioreattori di Gsk per la produzione di vaccini anti-Covid (…) questo significherebbe smettere di produrre il vaccino contro la meningite" ha illustrato Rappuoli. E anche Scaccabarozzi invita alla prudenza, quando si parla di  convertire gli stabilimenti che preparano l’antinfluenzale. “La produzione parte tra un mese”, ha infatti spiegato Scaccabarozzi e ”fermarla ora significherebbe non avere le dosi necessarie in autunno. Un problema serio”, ha concluso il presidente di Farmindustria.

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Sostegno alle imprese che riconvertono le linee produttive

In ogni caso quella di aumentare la produzione dei vaccini contro il Covid anche grazie ad un impegno diretto dell’industria farmaceutica in Italia sarebbe una priorità di Mario Draghi. Tanto che il nuovo premier italiano ne ha parlato anche in una telefonata con la Cancelliera tedesca, Angela Merkel.

E proprio al tal fine si pensa anche ad un sostegno economico da dare alle imprese italiane che dovessero riconvertire le proprio linee produttive. I fondi che verrebbero usati sarebbero, però, probabilmente quelli statali, invece che quelli del Recovery Plan.

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